Le prime fonti normative di tutela del suolo risalgono agli inizi del secolo scorso (il r.d.l. n. 3267 del 30 dicembre 1923) e riguardano la protezione dell’assetto idrogeologico del suolo, a fini ovviamente di conservazione del medesimo e di prevenzione di eventi quali frane, cedimenti, inaridimento o addirittura desertificazione.
Tale materia è ora disciplinata ampiamente dalla Parte Terza del Codice dell’Ambiente ed è ovviamente integrata con la tutela degli aspetti per lo più quantitativi delle acque superficiali e sotterranee.
Le principali norme in tema di tutela del suolo da fenomeni di inquinamento sono invece contenute nella Parte Quarta, perciò congiuntamente alla disciplina della gestione dei rifiuti, poiché le più frequenti ipotesi di contaminazione del suolo sono infatti da ricondursi ad attività illecite di deposito, scarico o interramento di rifiuti.
Oltre quindi al vasto corpo normativo in merito alle condizioni, ai limiti e alle prescrizioni per lo svolgimento di attività di gestione e soprattutto di smaltimento tramite discarica di rifiuti, viene previsto dagli artt. 242 e seguenti l’obbligo per il responsabile dell’inquinamento di provvedere alla bonifica, ossia alla decontaminazione, e viene predisposto un articolato sistema di norme che detta le procedure da seguire anche per i casi in cui il responsabile non provveda ovvero non sia individuabile.
Perché possa dirsi di essere in presenza di suolo contaminato, occorre prima verificare se il livello di concentrazione degli inquinanti riscontrato a seguito di analisi del suolo sia al di sopra, anche per un solo parametro, delle “concentrazioni soglia di contaminazione” (CSC) riferite alla specifica destinazione d’uso, il cui superamento comporta la qualificazione di sito solo “potenzialmente inquinato”.
In caso di esito positivo, devono allora essere espletate le operazioni di caratterizzazione e di analisi del rischio sito specifica per la determinazione in concreto delle concentrazioni soglia di rischio (CSR): qualora i risultati dei rilievi svolti dimostrino che le concentrazioni dei contaminanti presenti siano superiori anche alle CSR, il sito è da ritenersi contaminato e si deve pertanto procedere agli interventi di bonifica.
Il settore dell’inquinamento del suolo è forse quello in cui è più accentuata la finalità ripristinatoria del diritto ambientale, dal momento che prevede procedimenti amministrativi autorizzativi a monte delle attività potenzialmente inquinanti e procedimenti amministrativi per così dire a valle, ossia di esecuzione, a contaminazione già avvenuta, delle operazioni atte a eliminare le fonti di inquinamento e le sostanze inquinanti o, quanto meno, a ridurre le concentrazioni delle stesse ad un livello uguale o inferiore ai valori delle CSR.
La finalità ripristinatoria è stata di recente rafforzata con la fattispecie delittuosa di omessa bonifica di cui all’art. 452-terdecies c.p., la quale presenta rispetto all’ipotesi contravvenzionale di cui all’ art. 257 del D.lgs. 152/2006 una cornice edittale più severa e un ambito di applicazione comunque più esteso, pur tenendo conto dei correttivi proposti in sede ermeneutica dalla dottrina per esigenze di coerenza e razionalità del sistema.