Ad oggi non esiste in Italia una normativa statale che preveda disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori.

La legittimità di questo tipo di emissioni viene valutata sulla base del criterio della “stretta tollerabilità”, riconducendo la materia al “getto pericoloso di cose”, fattispecie prevista dall’art. 674 del codice penale.

Tale norma dispone che “chiunque […] provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a duecentosei euro”.

Per la sussistenza del reato, tuttavia, non basta il semplice disturbo, ma è richiesto che l’emissione abbia una potenzialità nociva, ossia possa dirsi presumibilmente diretta ad imbrattare o molestare persone.

L’orientamento maggioritario è stato prima asserito da una sentenza della Corte di Cassazione del 2008 n. 2745, ed è stata confermata da un’altra sentenza della Suprema Corte n. 2240 del 18 gennaio 2017.

Quest’ultima pronuncia dispone che per provare l’attitudine concreta delle sopraddette emissioni a molestare i singoli individui appartenenti alla collettività, il giudice può trarre elementi utili per ritenere sussistente il reato anche solo verificando l’apprezzamento diretto delle conseguenze degli odori su un numero ridotto di persone, anche se altre non le abbiano percepite e senza che sia necessario un accertamento tecnico.

Il giudizio sull’esistenza e sulla non tollerabilità delle emissioni di odori può ben basarsi allora su dichiarazioni di testimoni, specie se a conoscenza dei fatti, che consistano oggettivamente a quanto percepito dai dichiaranti.